Riceviamo in Redazione e volentieri pubblichiamo

di Roberto Greco 

Oggi Mario Francese è riconosciuto come una figura simbolo della libertà di stampa e dell’impegno civile contro la mafia

Mario Francese incarna il modello del cronista d’inchiesta ante litteram. Non cerca protagonismo, ma storie, fatti e documenti

26 gennaio 1979, Palermo. Un sicario di Cosa Nostra attende nell’ombra fuori da un condominio di viale Campania. Quando il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese rientra a casa dopo una giornata di lavoro, scattano i colpi di pistola che lo uccidono sul posto. Francese diventa così il primo giornalista assassinato dalla mafia siciliana in quel periodo cruciale: aveva denunciato in anticipo l’ascesa del clan dei Corleonesi di Totò Riina, anticipando verità che solo anni dopo sarebbero emerse nei maxiprocessi. La sua storia esemplare, fatta di coraggio professionale, isolamento e ricerca tenace della verità, si intreccia con l’evoluzione sanguinaria di Cosa Nostra negli anni Settanta. Questo dossier ricostruisce il profilo di Mario Francese, il contesto storico-sociale in cui operava segnato dalla presenza pervasiva della mafia, le vicende dell’omicidio e del lungo iter processuale che portò faticosamente alla giustizia, e raccoglie infine testimonianze di familiari, magistrati, istituzioni e società civile sul significato del suo sacrificio.

Dal siracusano al Giornale di Sicilia: profilo di un giornalista integerrimo

Mario Francese nasce a Siracusa il 6 febbraio 1925. Appena quindicenne si trasferisce a Palermo per gli studi, ma ben presto la vocazione giornalistica prende il sopravvento. Inizia come telescriventista all’agenzia ANSA e collabora con il quotidiano La Sicilia di Catania, occupandosi di cronaca nera e giudiziaria. Nel 1968 lascia un impiego pubblico alla Regione Siciliana pur di dedicarsi a tempo pieno al giornalismo. Si unisce alla redazione del Giornale di Sicilia di Palermo, dove diventa cronista giudiziario, specializzandosi nelle inchieste sulla mafia e costruendosi la reputazione di reporter instancabile e scrupoloso.

In redazione è ben voluto per il carattere generoso e l’entusiasmo genuino. «Mio padre era una persona innamorata della vita e del suo lavoro, instancabile, sempre col sorriso» ricorda il figlio Giulio Francese. Mario ha quattro figli (Giulio, Fabio, Massimo e Giuseppe) e riesce a conciliare l’impegno professionale con la famiglia e persino con insolite passioni come un piccolo zoo domestico ad Aspra, dove cura animali di ogni tipo nel tempo libero. I colleghi lo descrivono come integerrimo e guidato da un forte senso etico: il sindacato giornalisti lo definisce oggi “un faro per le nuove generazioni” per il suo esempio di giornalismo libero da compromessi, “orientato all’approfondimento di ogni notizia”, che non si piegò alle logiche della mafia.

Francese incarna il modello del cronista d’inchiesta ante litteram. Non cerca protagonismo, ma storie, fatti e documenti. Sul Giornale di Sicilia si occupa dei più scottanti casi di cronaca mafiosa, distinguendosi perché riporta nomi e cognomi dei potenti implicati. La sua penna affilata illumina i legami tra Cosa Nostra e pezzi di istituzioni, anticipando temi che sarebbero esplosi negli anni successivi. Col senno di poi, gli storici considerano il suo lavoro come uno dei primi esempi di vero giornalismo investigativo in Sicilia.

Gli anni di piombo di Cosa Nostra: contesto mafioso nella Sicilia anni ’70

L’omicidio di Mario Francese si colloca in uno dei periodi più bui per la Sicilia repubblicana. A metà anni Settanta Cosa Nostra sta riconfigurando il proprio potere interno: la fazione emergente dei Corleonesi, guidata da Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, sfida le vecchie famiglie mafiose palermitane per il controllo di traffici e appalti. È l’alba della seconda guerra di mafia, combattuta con ferocia senza precedenti. Lo Stato, e persino molti investigatori, faticano a comprendere appieno queste trasformazioni, mentre la mafia allunga i tentacoli nell’economia legale grazie ai proventi del traffico di droga e ai finanziamenti pubblici per le opere infrastrutturali.

Proprio in quegli anni, la Sicilia occidentale beneficia di ingenti fondi per la ricostruzione post-terremoto del Belice (1968) e per grandi opere come la diga Garcia. La mafia infiltra pesantemente cantieri e appalti: compravendita di terreni, subappalti, movimento terra, forniture di cemento , perchè tutto può diventare occasione di arricchimento illecito. Il boss Luciano Liggio di Corleone già dagli anni ’60 aveva intuito l’affare dei lavori pubblici; i suoi successori Riina & Co. negli anni ’70 spingono a fondo su questa strategia, scatenando all’occorrenza violenze e intimidazioni pur di accaparrarsi commesse.

Nel 1977 il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, che indagava sui rapporti mafia-appalti nella zona della diga Garcia, viene assassinato in contrada Ficuzza. Pochi intuiscono il collegamento tra quell’omicidio eccellente e gli interessi miliardari dietro la “faraonica” diga. Mario Francese è tra i pochissimi: grazie anche alle confidenze raccolte proprio dal colonnello Russo prima di morire, Francese prepara un’approfondita inchiesta sui retroscena della diga e dei suoi appalti. Nel 1978 pubblica sul Giornale di Sicilia una serie di sei articoli in cui denuncia che l’uccisione di Russo è stata decisa dai Corleonesi come vendetta preventiva per le sue indagini sui subappalti della diga. Arriva perfino a scrivere che un mandato di cattura per Leoluca Bagarella, uno dei killer di Riina, potrebbe essere imminente per quel delitto. È un’analisi lucidissima: solo molti anni dopo i pentiti confermeranno che il movente di quell’omicidio era proprio legato al business della diga.

Francese svela la guerra sotterranea che si sta consumando in Cosa Nostra. Già nel 1971 aveva stupito tutti riuscendo ad intervistare Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina, in tribunale a Palermo. Con scaltrezza professionale, Mario raccoglie la voce della riservatissima donna, sorella peraltro di Leoluca Bagarella, fiutando l’importanza di quella famiglia di “viddani” corleonesi che molti ancora sottovalutavano. Negli anni seguenti seguirà con attenzione le mosse dei Corleonesi: documenta la faida di viale Lazio (1969), la sanguinosa resa dei conti in città tra clan emergenti e boss storici. Ricostruisce prima di tutti i nuovi assetti di Cosa Nostra a metà anni Settanta, intuendone le strategie eversive e i nuovi interessi economici. È “il primo cronista a raccontare la scalata del clan dei corleonesi di Riina al vertice di Cosa nostra in Sicilia”, come riconoscerà la stampa decenni dopo.

Tutto ciò rende Mario Francese un osservatore scomodo. Cosa Nostra percepisce il pericolo rappresentato da quel giornalista indipendente che “faceva nomi e cognomi e non mollava mai”. Già nel 1978 si registrano segnali di intimidazione verso la redazione del Giornale di Sicilia: in settembre ignoti sparano all’auto del direttore Lino Rizzi e poco dopo colpiscono con un attentato la casa del capocronista Lucio Galluzzo. Secondo i pentiti, Riina voleva zittire quella linea editoriale troppo curiosa. In quei mesi Francese, pur essendo momentaneamente assente dal giornale per malattia, sta lavorando al dossier della sua vita: un compendio sulle nuove gerarchie di Cosa Nostra, che consegna nell’estate 1978. Tuttavia quegli articoli non vedranno subito la luce, per ragioni mai chiarite. Tornato in servizio a inizio gennaio 1979, Mario intuisce con inquietudine che forse quel suo dossier è trapelato all’esterno. Qualcuno lo ha tradito? Di lì a poche settimane, la mafia passerà dalle minacce all’omicidio.

L’assassinio del 26 gennaio 1979 e il silenzio attorno al delitto

La sera del 26 gennaio 1979 Mario Francese ha appena lasciato la redazione di via Lincoln. Saluta i colleghi con la consueta battuta «Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado!» e rincasa verso viale Campania, quartiere residenziale della Palermo borghese edificata nel dopoguerra. Sono circa le 20:10 quando, davanti al cancello di casa, le ombre della mafia escono allo scoperto: sei colpi di pistola calibro 38 lo raggiungono, uccidendolo sul colpo. Leoluca Bagarella, uno dei killer più spietati dei Corleonesi, è l’esecutore materiale dell’agguato. All’indomani, quel cronista cinquantaquattrenne viene descritto come “vittima di un agguato di stampo mafioso”, ma attorno alla sua morte cala presto un silenzio assordante.

La reazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, all’epoca, non è paragonabile a quella suscitata da altri omicidi eccellenti. La mafia uccide sempre due volte: col piombo e con la disinformazione. Spesso, dopo aver eliminato fisicamente un bersaglio, cerca di assassinarne anche la memoria, screditando la vittima e sviando le indagini. È quanto accade a Mario Francese. Per anni nelle redazioni palermitane circolano voci insidiose, quasi a voler ridimensionare la portata di quel delitto: «Se l’è cercata», mormora qualcuno, alludendo all’ostinazione di Francese nel ficcare il naso nei segreti della Procura e nel voler fare da “suggeritore” ai magistrati. Altri alludono a chissà quali moventi misteriosi, lasciando intendere che «a questo punto può essere stato chiunque» l’assassino. Questo tam-tam infamante ferisce doppiamente la famiglia Francese. Nell’Italia di fine anni ’70, del resto, non esiste ancora una forte coscienza antimafia pubblica: i delitti di mafia venivano spesso derubricati a “regolamenti di conti” interni, senza una chiara denuncia civile.

Eppure, col senno di poi, l’omicidio Francese appare come l’inizio di un attacco frontale di Cosa Nostra allo Stato e alla società. La catena di sangue proseguirà infatti senza tregua: appena un mese dopo cadrà assassinato a Palermo il segretario provinciale della DC Michele Reina (9 marzo 1979); poi sarà la volta del capo della Squadra Mobile Giorgio Boris Giuliano (21 luglio 1979), del giudice istruttore Cesare Terranova (25 settembre 1979) e, il 6 gennaio 1980, persino del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella. Mai si erano visti tanti omicidi illustri in così poco tempo. “L’attacco dei boss di Corleone su Palermo parte proprio in quel gennaio 1979 con la morte di mio padre… È il golpe di Cosa nostra: attacco alle istituzioni e, come in ogni golpe, si comincia con l’attacco alla stampa” scrive nel 1996 il figlio Giuseppe Francese, sottolineando come la prima vittima di quella strategia fu proprio un giornalista. Queste parole amaramente lucide confermano la posizione “apripista” di Mario Francese nel mirino mafioso: colpirne uno per educarne cento, per lanciare un monito a tutti gli altri cronisti.

Minacce ignorate e solitudine: il coraggio di Francese prima della fine

Anche Mario Francese, come molti cronisti d’inchiesta di ieri e di oggi, aveva subìto intimidazioni a causa del suo lavoro. Telefonate anonime con minacce di morte erano giunte persino alla sua abitazione; in un paio di occasioni le aveva raccolte lo stesso figlio Giulio. Ma Mario, per non spaventare i familiari, ostentava tranquillità e minimizzava il pericolo. “State tranquilli – diceva – faccio solo il mio dovere. Non mi succederà nulla”. Rifiutò perfino la scorta quando il capo della Mobile, Giorgio Boris Giuliano, gliela propose, poco prima che anche lo stesso Giuliano venisse ucciso dalla mafia. Col senno di poi, colpisce dolorosamente l’isolamento di Francese: denunciava verità scomode in anticipo sui tempi, ma non aveva attorno alcuna rete di protezione o solidarietà forte. La moglie Maria e i figli ricordano ancora oggi quel sorriso con cui cercava di tranquillizzarli, mentre portava sulle spalle un peso sempre più grande.

La ricerca della verità: l’iter processuale e il ruolo della famiglia

Dopo l’omicidio, le indagini non approdarono subito a risultati concreti. Il caso venne archiviato a pochi anni dal delitto per insufficienza di prove. Ma la famiglia Francese non si arrese all’oblio. A partire dai primi anni ’90, quando il clima in Sicilia iniziava a cambiare dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, emerse una nuova attenzione per i vecchi delitti di mafia rimasti impuniti. Il figlio minore di Mario, Giuseppe Francese, fu l’anima di questa riscossa della verità: raccoglie tutti gli articoli del padre, li trascrive al computer, scava fra gli appunti e i fascicoli dimenticati. «Senza questo lavoro non ci sarebbe stata memoria dell’attività di Mario Francese» spiega il fratello Giulio, riconoscendo a Giuseppe il merito di aver riacceso i riflettori sul caso. Crescendo senza un padre, aveva 12 anni al momento del delitto, Giuseppe ne aveva fatto una missione di vita: “ha cercato ovunque” la presenza di suo papà, nei racconti di chi l’aveva conosciuto, nelle foto, negli articoli, e in quelle carte ha inseguito le ragioni di un omicidio rimasto troppo a lungo senza giustizia.

Grazie anche alle “collegamenti con il presente” individuati da Giuseppe, la famiglia chiede formalmente la riapertura dell’inchiesta negli anni ’90. Nel frattempo alcuni pentiti di mafia iniziano a parlare anche dell’omicidio Francese, confermando che fu deciso dalla Cupola corleonese per “mettere a tacere” quel cronista scomodo. Si arriva così al processo, che si svolge a Palermo con rito abbreviato: l’udienza preliminare si apre il 10 maggio 2000, a oltre vent’anni dal fatto. Nell’aprile 2001 giunge una prima storica sentenza: vengono finalmente condannati mandanti ed esecutori. Il gotha di Cosa Nostra risulta dietro quell’omicidio: Totò Riina, già capo dei capi, viene riconosciuto colpevole insieme ai boss Michele GrecoFrancesco Madonia e altri membri della Commissione mafiosa; Leoluca Bagarella è individuato come esecutore materiale. Nelle motivazioni, i giudici mettono nero su bianco perché Mario Francese doveva morire: «Il movente dell’omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70». In altre parole, Francese capì tutto prima degli altri, e per questo la mafia decise di eliminarlo.

Nel 2002 la Corte d’Assise d’Appello conferma le condanne e aggrava le pene, comminando l’ergastolo anche a Bernardo Provenzano, altro capo storico corleonese nel frattempo arrestato. La sentenza d’appello ribadisce che “Mario Francese rappresentava un pericolo per la mafia emergente, proprio perché capace di svelarne il programma criminale in un’epoca ben lontana da quella in cui, grazie ai pentiti, si sarebbero conosciute regole e struttura di Cosa Nostra”. È la definitiva consacrazione postuma del valore delle sue inchieste. Nel 2003 la Cassazione rende definitive le condanne per i boss principali (vengono assolti solo alcuni mafiosi minori per insufficienza di prove).

Ci sono voluti oltre vent’anni per ottenere giustizia piena, ma alla fine “mezza Cupola”, come titolarono i giornali, è stata condannata per l’omicidio del cronista. Purtroppo, quel percorso così lungo e sofferto ha avuto un costo enorme per la famiglia: Giuseppe Francese, il figlio che più di tutti aveva spinto per la verità, non regge al peso emotivo. Il 3 settembre 2002, pochi mesi dopo la sentenza d’appello, Giuseppe si toglie la vita a soli 36 anni. Una tragedia nella tragedia, che Giulio Francese interpreta così: Giuseppe è stato «un gigante fragile che non si è tirato indietro per amore di verità e giustizia», un eroe moderno ferito nell’anima dalla lunga battaglia. Il suo sacrificio, aggiunge Giulio, oggi ispira molti giovani a “non lasciarsi sopraffare dalla rassegnazione” e a capire che anche una sola persona determinata può “davvero cambiare le cose”.

Memoria e testimonianze: l’eredità di Mario Francese oggi

Oggi Mario Francese è riconosciuto come una figura simbolo della libertà di stampa e dell’impegno civile contro la mafia. Per anni la sua vicenda era rimasta nell’ombra. «La figura di mio padre è subito caduta nel dimenticatoio”, ricorda amaramente Giulio tanto che nei libri degli anni ’80 sull’argomento si citava spesso il 1979 come inizio dell’offensiva mafiosa partendo dall’omicidio di Giorgio Boris Giuliano, silenziando del tutto il caso Francese. Solo con le sentenze del 2001-2003 la storia è stata ristabilita nei suoi termini corretti, e il nome di Mario Francese ha riavuto il posto che merita nel lungo elenco dei martiri per la legalità in Sicilia.

La categoria dei giornalisti in particolare ha riscoperto e onorato il suo esempio. Nel 1996 l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia ha istituito il “Premio Mario Francese”, un riconoscimento annuale per cronisti distintisi in inchieste coraggiose. La famiglia Francese, con Giulio, anch’egli giornalista e già presidente dell’Ordine regionale, partecipa attivamente a tenere viva la memoria del padre, incontrando soprattutto i giovani nelle scuole e nelle università. «Mio padre rappresenta un modello di impegno professionale e civile… Oggi più che mai c’è bisogno di buon giornalismo, di più giornalismo d’inchiesta», sottolinea Giulio, ribadendo che le regole di quel mestiere non sono cambiate: rigore, onestà, indipendenza. Mario Francese le ha onorate fino in fondo, pagando con la vita il suo lavoro.

Come ogni anno, la società civile e le istituzioni locali si ritrovano per ricordare il cronista siracusano nel giorno dell’anniversario del suo assassinio. A Palermo, sul luogo del delitto in viale Campania, nel 2006 è stato eretto un cippo commemorativo voluto dai colleghi cronisti: lì ogni 26 gennaio avviene un momento di raccoglimento, con la deposizione di corone di fiori da parte delle autorità e dei familiari. Nella ricorrenza del 45° anniversario (26 gennaio 2024), il prefetto di Palermo ha ricordato che «i giornalisti hanno sempre pagato un alto prezzo per il solo fatto di fare il proprio mestiere, quello di informare, un compito che non fa comodo a certi poteri». Alla stessa cerimonia il figlio Giulio ha voluto ribadire come il padre “fu il primo a fare i nomi di mafiosi che poi avremmo imparato tutti a conoscere, come Totò Riina”.

Numerose iniziative culturali hanno negli ultimi anni contribuito a diffondere la storia di Mario Francese presso il grande pubblico. Nel 2000 è stato pubblicato “Una vita in cronaca”, volume che raccoglie i suoi articoli più importanti con testimonianze di colleghi, storici e magistrati. La figura di Francese compare inoltre in varie opere televisive: ad esempio nella miniserie Rai “Boris Giuliano – Un poliziotto a Palermo” (2016) e nel film TV “Liberi sognatori: Delitto di mafia” (Canale 5, 2018), dove viene raccontata proprio la sua vicenda umana e professionale. Nel 2021 la Rai gli ha dedicato uno speciale documentario intitolato “Mario Francese – L’uomo che scriveva troppo”. Anche questi tributi mediatici confermano quanto Mario Francese sia ormai riconosciuto come un protagonista della memoria collettiva nella lotta alla mafia.

“Francese è caduto per una Sicilia migliore, per una società senza mafia”, recita la nota diffusa in occasione dell’ultima commemorazione, “e per affermare un modo di fare giornalismo libero da ogni condizionamento… che rappresenta ancora oggi un faro per le giovani generazioni”. Nel sacrificio di questo cronista tenace c’è infatti un messaggio che risuona più attuale che mai: la ricerca della verità non può essere messa a tacere con la violenza. Ogni volta che una penna coraggiosa viene spenta, altre cento possono levarsi per raccoglierne l’eredità. La lezione di Mario Francese resta viva: fare buon giornalismo significa servire la collettività con onestà, anche a costo di pagare di persona. E così, a 45 anni di distanza, la sua storia continua a ispirare non solo i giornalisti, ma tutti coloro che credono in una Sicilia, e in un’Italia, finalmente libera dal giogo mafioso.

Roberto Greco