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Massacro alla Vucciria Li ho visti uccidere

Giornale di Sicilia 16.4.1978

 

Massacro alla Vucciria

Li ho visti uccidere

Ho visto i killer irrompere nella bettola e sparare, ho assistito ad una esecuzione della malavita palermitana, ho vissuto i drammatici minuti di chi si ritrova con due cadaveri tra le mani, ancora caldi, ancora rantolanti.

Erano pressappoco le due e cinque, avevo tardato a fare la spesa e mi aggiravo tra i negozi della "Vucciria" alla ricerca di un telefono pubblico: ero in ritardo sulle mie abitudini e volevo telefonare a casa mia per avvertire che stavo arrivando.

Entro nella trattoria di don Totò Ammirata, poso i pacchi della spesa su un tavolino che abitualmente sta sulla sinistra, vicino l'ingresso, incontro un mio vecchio amico, lo saluto, lo prego di dare uno sguardo a quei pacchi e mi dirigo verso il bancone dell'oste, per chiedere un gettone.

Passo vicino al primo tavolo e c'è un avventore anziano che sta mangiando, mi faccio largo fra tre giovani che stanno bevendo una bottiglia di birra, uno solo di loro è in piedi, gli altri due stanno lì vicino, seduti. Quando sono davanti a don Totò e sto per scambiare con lui le prime parole sento l'esplosione di due colpi. Mi giro di scatto, vedo un fucile a canne mozze, sento altre due assordanti esplosioni ma quando sto per rendermi conto di cosa succede mi sento stordire, e cado per terra.

Credo, in quei pochi terribili attimi, di essere stato colpito a morte. Mi sento la testa bagnata, cerco il sangue con le mani, è vino: don Totò mi aveva sferrato un colpo di bicchiere in testa per sottrarmi, a modo suo, alla furia dei killer: lui, guardando verso la porta, aveva avuto modo di assistere meglio di me alla tragica scena.

Quando mi riprendo non è ancora svanito l'odore del piombo. Improvvisamente la trattoria mi appare deserta, corro verso la porta, sento l'anziano avventore lamentarsi (era stato ferito di striscio), salto fuori, vedo la macchina degli assassini (una "128" bianca) allontanarsi verso via Tintori. Torno dentro la bettola, c'è l'odore dolciastro del sangue. Dei tre giovani che avevo incontrato, quelli che bevevano birra, ce ne erano soltanto due. Morti: uno steso per terra, agonizzante; l'altro ancora seduto sulla sedia, con la gola squarciata, il capo riverso. Il panico, naturalmente. Da dove telefonare? Don Totò non riesce a trovare i gettoni, non mi resta altro da fare che correre nel negozio, lì di fronte. La signora non vuole, insisto, chiamo il 113, dopo cinque minuti arriveranno le "volanti" e quindi le "gazzelle". Cinque, lunghi minuti: il tempo di tentare disperatamente un qualche soccorso per il giovane agonizzante, il tempo di apprendere che fuori, ad una ventina di metri, c'era la terza vittima, freddata dai killer qualche attimo prima di irrompere nella bettola.

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