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L'arcobaleno dei Valori

di Miriam Galati, 5°U Liceo Economico Sociale Regina Margherita, Palermo

Quella del quartiere dell'Albergheria di Palermo, potrebbe sembrare una realtà simile a tante: contrabbando, spaccio di droghe, rapine, furti, bambini che occupano le strade piuttosto che i banchi di scuola. L'anima viva del quartiere è uno dei più importanti mercati storici di Palermo, Ballarò, in cui persiste un tessuto sociale segnato dalla cultura della povertà, un complesso organico e spontaneo di norme e di comportamenti che viene trasmesso di generazione in generazione.Si tratta di un quartiere in cui, nonostante l'alta densità di criminalità, il fenomeno migratorio è ben accetto; nelle strade più addentrate del quartiere vivono decine e decine di famiglie provenienti da svariati paesi Africani o Asiatici, e il loro strumento d'integrazione sociale più efficace è l'attività commerciale, che riesce a convivere con la storica realtà dei banconi palermitani.

Giuseppe, adolescente anarchico e indipendente, frequenta il quarto anno del Liceo Scientifico Benedetto Croce, nella sede centrale ubicata proprio all'Albergheria. Figlio di un commerciante di alimenti tipici siciliani, la cui bottega è parte integrante del mercato, nel tempo libero aiuta il padre nella gestione dell'attività di famiglia, e talvolta volge uno sguardo ai suoi appunti di scuola per poter affrontare una o due interrogazioni al mese, che gli consentano di raggiungere la media del sei stentato, o “sei politico” come dicono a Palermo. Non ha intessuto alcuna amicizia con i compagni di classe per volontà, poiché ritiene sia soltanto una perdita di tempo, dal momento in cui il suo scopo prioritario è la dedizione alla bottega e ciò che ne concerne. Tutto secondo gli attenti e mirati insegnamenti del padre, il cui obiettivo ultimo è cedere l'attività al figlio una volta deceduto. Giuseppe avrebbe potuto benissimo lavorare sin da piccolo con il padre, senza frequentare alcuna scuola. Ma in questo il padre di Giuseppe, il signor Fortunato, ha saputo saggiamente scegliere, per il suo primogenito, la strada che potrebbe in futuro portare alle tasche della famiglia tantissimi altri soldi. L'essere istruiti e possedere conoscenze scientifiche potrebbe risultare utile per svolgere un qualche mestiere che consentirebbe ai Fortunato di migliorare il loro tenore di vita e, nel sogno del padre, di diventare i più prestigiosi mercanti di Ballarò.

Ismael, adolescente egiziano, timido e introverso, frequenta il terzo anno del Liceo Scientifico Benedetto Croce. Non ricorda nulla del suo arrivo a Palermo. Aveva solo 3 anni quando i suoi genitori, colpiti dalla crisi economica nazionale, sbarcarono a Lampedusa, su di uno dei tanti gommoni, e subito dopo trasferiti a Palermo secondo le procedure italiane di smaltimento dei migranti. La famiglia di Ismael è sempre stata occupata in Egitto nel commercio di pelli e tessuti pregiati. Il loro obiettivo era quello di migrare verso i paesi nordici d'Europa, per poter sfuggire all'arretratezza della loro terra natale, che non avrebbe permesso al piccolo Ismael di costruirsi un futuro. Dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno e aver trovato una sistemazione “momentanea” nel quartiere dell'Albergheria, ottennero i consensi giuridici per gestire un piccolo negozio di minimarket arabo, almeno finché sarebbero rimasti a Palermo. La loro permanenza durò più a lungo del previsto per via del fatto che, anche se il loro sogno non era quello di soffermarsi a Palermo, si resero conto che il piccolo Ismael più cresceva, più amava quella città piena di contraddizioni, e anche la loro attività non andava poi così male.

Il Liceo Scientifico, come ogni anno, aveva deciso di aderire al progetto “Palermo apre le porte – la città adotta un monumento” di cui il tema principale era “Palermo tra suoni e sapori”. L'iniziativa piacque moltissimo a Ismael e decise di parteciparvi, poiché amava lo straordinario patrimonio artistico della città, ed il solo pensiero di essere considerato cicerone per qualche giorno gli procurava una sensazione di infinità gioia. Anche Giuseppe decise di farne parte. Ma la sua era una partecipazione passiva, poiché volta solo all'ottenimento del credito formativo, che avrebbe contribuito ad alzare la sua media. Le iscrizioni si svolgevano in palestra, e su di un foglio affisso al muro vicino le scale vi erano elencati tutti i monumenti che la scuola aveva deciso di adottare, i giorni, gli orari ed uno spazio dove inserire i nomi dei partecipanti, a gruppi di dieci. Il caso volle che i nomi di Ismael e Giuseppe comparissero nello stesso gruppo, di cui il monumento scelto era il mercato di Ballarò. Ma se il mercato non era un monumento, perché era stato inserito nella lista? Cosa avrebbe conferito a quello strano ma caratteristico fiume di bottegai la nomina di monumento? Quel fatto incomprensibile suscitò interesse in Giuseppe e in Ismael, che furono gli unici due iscritti nel gruppo di Ballarò. Il regolamento, però, richiedeva esattamente dieci partecipanti per gruppo, così di fronte ai soli due nomi iscritti, Ismael e Giuseppe, che temevano di essere esclusi dal progetto, decisero di recarsi dalla Preside, ognuno per conto suo, per poter essere inseriti in qualche altro gruppo. I due si incontrarono per la prima volta proprio all'interno della presidenza. Sembrava non terminare mai quell'infinito attendere “Un attimo e sono da voi” tanto pronunziato dalla Preside ogni qual volta dovesse incontrare gli allievi dell'istituto. Durante quell'interminabile tempo, fu dura per Giuseppe non riuscire a scrutare minuziosamente chi sudava freddo per poter fare quella emozionante richiesta. Si accorse che Ismael era diverso da tutti gli altri scolari del Croce e si convinse di non averlo mai visto prima. I suoi occhi particolarmente chiari ed il contrasto con la sua pelle scura, le sue labbra carnose ed i denti perfettamente bianchi, il viso allungato ed il corpo esile e magro, erano caratteristiche che lo conducevano ad aggettivare Ismael a primo sguardo con il termine “extracomunitario”. Anche Ismael non poté fare a meno di osservare la fisicità di quel ragazzo dall'atteggiamento svogliato e senza alcuna voglia di fare alcunché: ai suoi occhi ciò che lo rendeva un ragazzo buffo erano i suoi jeans strappati alle ginocchia, il suo incessante masticare la chewingum, e quella strana enorme protuberanza che caratterizzava la sua pancia. Trascorse circa un quarto d'ora, e nel frattempo i ragazzi in silenzio non fecero altro che scambiarsi sfuggenti sguardi. Il silenzio fu spezzato dal cigolio della porta della stanza della Preside e dal suono delle parole “Ragazzi, potete accomodarvi”. Dopo aver ascoltato i prolissi discorsi della Preside sul suo essere affaccendata e piena di responsabilità, sulla sua consapevolezza di essere autoritaria, ottimo metodo d'approccio, secondo i suoi schemi, per un Liceo così prestigioso come il Benedetto Croce, e cose di questo genere, in un millisecondo in cui si fermava a prendere il respiro, Giuseppe ne approfittò per interromperla e farle la richiesta tanto attesa. Ella stette per qualche frazione di minuti a contemplare il ritratto del filosofo che dava il nome alla scuola, poi rispose << Penso che affiancarvi ad altri gruppi sia controproducente, dieci è il numero perfetto di ragazzi che può dedicarsi a strutturare una visita turistica. Dunque credo sia più opportuno non scombussolare gli assetti degli altri gruppi e, a questo punto, voglio considerare voi due un gruppo a sé. Penso che entrambi possiate fare un ottimo lavoro per quel che riguarda il mercato di Ballarò, siete perfetti insieme. E' un occasione anche per fortificare la vostra amicizia, non credete? >>, concluse molto sicura di sé. Giuseppe, in maniera lampante, ribatté: << Signora Preside, dice sul serio? Come saremo in grado a condurre questo progetto, essendo soltanto in due? Abbiamo bisogno di altri ragazzi, non ce la faremo mai. E sopratutto non c'è nessuna amicizia da fortificare, io non lo conosco questo qui >>. << Non si discute, quel che è deciso, è deciso. Voi due vi occuperete del mercato di Ballarò a partire da questo pomeriggio, perché è da oggi che tutti gli altri gruppi cominciano i loro lavori di approfondimento in aula informatica e in biblioteca per realizzare tutte le ricerche sulla storia dei monumenti da esporre in seguito ai turisti. >> Un vento d'aria gelida attraversò la stanza, e contribuì a rendere ancor di più l'atmosfera tesa e scontrosa. Ismael decise di non fiatare e di non controbattere alle parole della Direttrice, anche perché ciò che ella aveva deciso per loro non gli procurava nessuna emozione forte, si sentiva bene, si, quel duo poteva progettare qualcosa di grande. L'unica cosa che lo spinse ad aprire bocca fu la curiosità sulla monumentalità del mercato di Ballarò, e soltanto Lei avrebbe potuto dargli le giuste spiegazioni. << Vedete, miei cari ragazzi, il mercato di Ballarò non è un comune mercato. E' quel mercato che nel corso degli anni ha mantenuto la sua configurazione ambientale e culturale, che porta con sé un'ostinata resistenza ai cambiamenti dei nostri tempi moderni. E' sempre stato un mercato immutabile, un luogo di raccolta dei prodotti degli antichi villaggi agricoli che si sviluppavano lungo il fiume Kemonia, un santuario in cui ogni giorno si svolge la stessa peculiare liturgia. E' troppo fondamentale per i cittadini Palermitani, e non solo, direi, da un po' di anni a questa parte. Non so se sarò la prima, ma io lo ritengo uno dei più affascinanti monumenti della nostra città “Tutto Porto”. >> I ragazzi ringraziarono la Preside per la sua disponibilità nell'aver tenuto quell'inaspettato colloquio, e lasciarono la sua stanza. Ismael, che solitamente non trovava mai il coraggio di farsi avanti per primo in un dialogo, decise di presentarsi al compagno di scuola. Giuseppe, in maniera molto fredda, ancora un po' scosso dal pensiero di dover lavorare insieme ad un perfetto sconosciuto e per giunta extracomunitario, porse la mano e schivò il suo sguardo, piuttosto invece accogliente. Quella situazione imbarazzava anche lui, non si era mai ritrovato a parlare in genere con i compagni di scuola, né tanto meno con uno così. Fece per parlare, ma ci rinunciò. Provò ancora, ma niente, non riusciva ad esprimere i suoi pensieri. Al terzo tentativo, mentre scendevano le scale della scuola, riuscì a comunicare appena ad Ismael quale fosse l'orario in cui si sarebbe fatto trovare in aula informatica puntale per cominciare i lavori, e Ismael fu d'accordo. Ambedue presero due strade differenti, e andarono via senza salutarsi.

Qualcosa di misteriosamente inspiegabile agitava i ragazzi che, immersi nelle loro faccende, ognuno nella propria bottega di famiglia, rendeva loro particolarmente attivi e collaborativi con i rispettivi genitori. Si fece l'ora di avviarsi verso scuola, e senza volerlo, i due ragazzi si incontrarono all'angolo della Via Nasi Nunzio, a due passi dalla scuola e da Ballarò. Vi fu solo un attimo in cui, presi alla sprovvista, i due non seppero cosa dire. Poi, silenziosamente camminando, si diressero in Via S. Nicolò all'Albergheria per poi giungere al Croce. In aula informatica quell'imbarazzo iniziale fu costretto a scomparire, per via delle circostanze che li obbligavano ad uno scambio reciproco di idee. Stranamente Ismael e Giuseppe ottennero qualcosa di concreto nell'aver assemblato e reso coesi i loro piani, circondati da un'armoniosa atmosfera. Iniziava a prendere forma un'attività che aveva sia l'obiettivo di valorizzare il mercato da molti considerato squallido e senza valore, che rendere partecipi gli stessi commercianti, i quali avrebbero potuto arricchire così l'immagine compositiva e d'impatto dell'antico mercato. Solo una vaga idea di come rendere alternativo il progetto “La città adotta un monumento”, ma ai ragazzi elettrizzava specialmente la visione, che di fondo avevano avuto entrambi senza saperlo, rivolta a coinvolgere le botteghe delle loro famiglie, per poter fare loro acquisire, in questo modo, maggiore visibilità e, di conseguenza, una maggiore affluenza di turisti, clienti, ed affari.

I pomeriggi di duro lavoro intensivo sul mercato si susseguirono velocemente, e i due compagni di scuola, oltre ad accomunare le proprie idee, dalle quali ottennero risultati esorbitanti, cominciarono ad instaurare un legame sempre più forte. Adottare Ballarò significava non solo accogliere il mercato in sé e per sé, ma anche le persone che lo componevano. I commercianti di ogni bottega avrebbero dovuto rendere più allegro e attraente il proprio stand, attraverso qualsiasi forma di ingegnosità, che includesse anche lo svolgere di alcune attività, come recitare una poesia in dialetto siciliano o un atto di un'opera teatrale, cantare una canzone, esporre fotografie personali con particolari espressioni esilaranti, allestire il proprio bancone con originali scenografie o composizioni floreali, e così via. Tutto ciò doveva essere realizzato nell'arco di un mese. Non era un'impresa facile, ma neanche impossibile. Giuseppe si dimostrò essere non più quel ragazzo apatico che era sempre stato, bensì uno studente volenteroso e solerte in quell'opera di ottimizzazione del sacro luogo degli esercenti palermitani. Le ricerche in biblioteca e in aula informatica, però, non furono sufficienti a soddisfare le loro curiosità. Sentirono l'esigenza di indagare direttamente sul campo, ed osservare con i loro occhi ogni minimo particolare che avesse bisogno di essere perfezionato. Decisero di fare visita al mercato un giorno di sabato, dal momento in cui, per via della settimana corta, non si svolgevano lezioni scolastiche. Il loro tour investigativo durò l'intero giorno, poiché le operazioni di convincimento di ogni singolo affarista a partecipare alla loro iniziativa, considerate le grandi dimensioni del mercato, furono parecchie e altrettante furono le delusioni apportate dalla scontrosità di molti di loro. Giuseppe e Ismael continuarono ostinatamente le loro inchieste, nel corso delle quali scoprirono la vera identità del mercato di Ballarò, quella che fa dello stesso un Fatto Sociale, in cui avviene, oltre ad uno scambio continuo di merci, una vera e propria permuta di saperi ed esperienze. La compresenza di individui appartenenti a culture diverse, dà origine ad un luogo di frontiera, i cui i migranti, componenti ormai essenziali dei rapporti economici del mercato, mettono in circolo le cibarie caratteristiche dei loro paesi di provenienza. Ismael ne ha la piena consapevolezza di ciò. Ed è per questo che decise di condurre Giuseppe all'interno del minimarket di famiglia, tutto in stile arabo, dando la possibilità a molti dei migranti orientali, ma anche a moltissimi palermitani, di degustare quegli alimenti rari. Fu in quel momento che Giuseppe riuscì a comprendere quanto quella famiglia avesse dovuto soffrire per arrivare qui in Italia, sradicarsi da un paese per cercare di essere accettati in un altro, e fronteggiare chi avesse tentato di ostacolare l'apertura della loro attività. Perché Giuseppe è a conoscenza, anche lui, di come vanno le cose tra mercanti. Essendo un quartiere in cui per poter avanzare una qualche intraprendenza bisogna, prima di ogni cosa, passare sotto la supervisione dei Bravi di Don Rodrigo, si sono verificati, nel corso degli anni, molti casi in cui i negozianti hanno dovuto “smontare baracca” per via delle numerose e violente intimidazioni ricevute, anche di morte. Giuseppe non sa se Ismael e la sua famiglia siano stati vittime di questi atti d'arroganza, può ben immaginarlo, ma non trova il coraggio per chiederglielo. Piuttosto pensa sia più opportuno ricambiare la gradevole visita del minimarket arabo, con quella della sua bottega di famiglia. Ismael non avrebbe mai immaginato che lui e il suo nuovo “amico” condividessero una cosa così importante, che da sempre lo ha influenzato nella sua vita, ovvero quella di essere figlio di due commercianti. La bottega dei Fortunato si dimostrò, ai suoi occhi sbalorditi, sorprendentemente grande; al contrario, quella dei suoi genitori non occupava che un'area di 5 metri per 8. La merce da loro venduta riguardava solo la cucina altamente siciliana., prima di tante mete che i palermitani e gli studenti sopratutto, date le vicinanze con tante scuole, ambiscono. L'incontro con i genitori di Giuseppe e Ismael non andò a buon fine. Il signor Fortunato, non appena vide il proprio figlio introdursi nella bottega con un ragazzo straniero, con cui allegramente conversava, gli si avvicinò e fece per picchiarlo, ma si limitò ad urlargli contro di cacciare via quell'individuo, perché altrimenti lo avrebbe accusato alla polizia di tentato furto. Ismael, che non ci pensò due volte a scappar via, guardò per un'istante Giuseppe, credendo che di fronte al padre prendesse le sue difese, e gli spiegasse che in realtà non ci sarebbe stato niente di cui temere, perché erano amici. E fu proprio di quell'amicizia, in cui aveva tanto creduto, che improvvisamente ne rimase deluso. Giuseppe non batté ciglio, non fiatò. Si limitò a guardare andar via Ismael correndo.

Era come se un grande muro fosse sorto tra i due ragazzi. Per giorni a scuola neppure si salutarono e i lavori del progetto rimasero sospesi. Restava solo una settimana, e poi si sarebbero avviati i programmi da guide turistiche nei vari monumenti. Al momento Ballarò rimaneva l'unico scoperto, poiché sia Ismael che Giuseppe avevano preso la decisione di rinunciarvici.

Ismael, era un ragazzo fortemente emotivo, e non riusciva a cancellare dalle sue memorie quell'orribile scena in cui il Signor Fortunato l'aveva denigrato in quel modo. Che cosa aveva fatto per avergli riservato quel trattamento? Furono tante le domande che continuò a porsi per tutto l'arco di tempo in cui lui e Giuseppe rimasero distanti, ma che sopra ogni cosa lo tormentarono; non raccontò nulla dell'avvenimento ai suoi genitori, per non procurare anche a loro una tale sofferenza. Decise di tenere tutto per sé, atto che lo porto a spegnersi di quella lucentezza che lo distingueva dagli altri ragazzi, in particolar modo per la sua voglia di vivere.

Dopo il furioso gesto del padre di Giuseppe, cominciarono in casa Fortunato infinite discussioni, terminate anche con pestaggi. Giuseppe sapeva che il padre non avesse un buon rapporto con i “neri”, come li appellava lui, ma stentava a credere che un tale fatto lo avesse portato a reagire in quella maniera nei confronti di Ismael. Quel ragazzo sarebbe potuto essere l'amico che Giuseppe non aveva mai avuto. Si era reso conto, stando a contatto con lui, di quanto fosse stanco di essere l'apprendista eterno del padre; aveva bisogno di coltivare il proprio, e sopratutto personale progetto di vita, lontano dallo sguardo ossessivo del padre. Sentiva necessariamente il bisogno di recuperare quell'amicizia, sembrata ormai perduta. In uno dei tanti giorni in cui decise di affrontare a quattrocchi il padre, venne fuori la scandalosa verità. Il padre confessò che, poco dopo la sua nascita, una sera in cui si trovava in bottega per ultimare le ultime sistemazioni prima della chiusura, un uomo dalla pelle scura, con in mano un pugnale, gli si avvicinò minacciandolo di morte se non gli avesse procurato tutti i soldi incassati. Mentre raccontava ciò, il padre di Giuseppe cominciò a sudare freddo e a tremare. L'uomo, vedendo l'impassibilità del Signor Fortunato dietro la cassa, principiò ad agitarsi e corse in fondo al negozio con l'intento di derubare più alimenti possibili, ma trovò la moglie del Signor Fortunato, con in braccio il piccolo Giuseppe. La sua malvagità lo indusse a scagliarsi contro la donna, che in un gesto fugace fu abile a depositare il bambino dentro una cesta per evitare che l'uomo potesse colpire anche lui. L'uomo non riuscì a commettere quell'azione, poiché fu subito frenato dal Signor Giuseppe che, tempestivamente, si precipitò dietro all'uomo e, afferrandogli il polso della mano con cui teneva l'arma, riuscì a sottrargliela. La situazione precipitò in una serie di percosse tra i due rissosi. Stremato e ormai fragile, l'uomo scuro andò via trascinandosi per terra fino a fuori il negozio. Il Signor Fortunato, anch'egli debilitato, ebbe la forza per urlargli contro << Non farti vedere mai più! E ringraziami se non ho chiamato la polizia! >>. Dopo ciò che era accaduto quella notte, il Signor Fortunato giurò a sé stesso, per la salvaguardia della propria consorte e del suo unico figlio, che mai più avrebbe permesso di valicare la soglia della loro bottega ad un extracomunitario, per nessuna ragione al mondo. La promessa del padre di Giuseppe era cinta da un vortice di pregiudizi legati ai migranti, di cui non ne era cosciente, ma che scaturivano da un indomabile terrore che potesse ripetersi, ancora una volta, quella terribile mossa che gli avrebbe portato via tutto ciò a cui teneva di più al mondo. Giuseppe, che finalmente aveva colto quella che era la vera personalità del padre, ovvero quella di un uomo psicologicamente insicuro e fragile, era disposto a perdonarlo per l'accaduto in bottega con Ismael. Comprendeva solo in quell'istante che tutta l'iperprotettività apportata dal padre nei suoi confronti era causata da un precedente trauma vissuto. Ma ciò che, invece, avrebbe dovuto realizzare il padre di Giuseppe è che la criminalità non ha razza, non ha colore, non ha nazionalità. Giuseppe avrebbe aiutato il padre a smorzare quella combustione da sempre viva di preconcetti, a partire dal suo amico Ismael. Nulla era perduto. Dopo aver ottenuto un accordo con il padre, Giuseppe uscì di casa, e corse al minimarket della famiglia di Ismael. Lì, infatti, vi trovo il ragazzo, seduto su di uno sgabello, con un libro tra le mani. << Ismael, ti devo parlare! >> esclamò Giuseppe, ancora con il fiatone. Il ragazzo, alzò lo sguardo dal libro in cui era immerso, e non appena rivide il suo caro e vecchio amico, spuntò sul suo volto un enorme sorriso di sollievo e di felicità. Non servirono le parole, bastò osservare l'espressione del volto di Giuseppe, per capire che era giunto lì per porgli le sue scuse. Così i due ragazzi si abbracciarono, intuendo per davvero quale fosse il vero significato di amicizia.

Mancavano tre giorni, e la fiera dei monumenti sarebbe cominciata. L'opera di valorizzazione del mercato di Ballarò poteva ancora compiersi. Il tempo rimasto era realmente poco, ma insieme ce l'avrebbero potuta fare. Ballarò poteva assumere un nuovo aspetto, che avrebbe reso mercanti, turisti e passanti gioiosi e fieri di quella realtà. In soli tre giorni, Ismael e Giuseppe unirono le loro forze, proprio come ai vecchi tempi, e riuscirono a ottenere un progetto talmente splendido, che perfino la Preside ne rimase commossa. << Sono fiera di voi, ragazzi. Avevo presupposto sin dal primo vostro incontro che insieme avreste costruito qualcosa di grande, ma non mi sarei mai immaginata ci sareste riusciti in maniera così eccelsa. Complimenti, mi avete sbalordita. Sono sicura che a contribuire alla buona riuscita di questa iniziativa sarà stata la vostra unità. Consideratemi una vostra prossima turista, a cui dovrete mostrare tutto quello che mi avete presentato oggi qui, cartaceo. >>

Il giorno d'iniziazione arrivò, in un clima abbastanza teso e prolifero di agitazione. Anche gli animi dei mercanti coinvolti si percepiva fossero abbastanza irrequieti. La serenità e la voglia di rendere tutto più allegro e magico arrivarono con il primo gruppo di turisti che si avvicinò ad Ismael e Giuseppe, i quali mostrarono con maestranza il peculiare simposio. Ismael e Giuseppe erano riusciti a coinvolgere circa 50 mercanti, i quali avevano aderito con grande interesse, e abbellito i loro banconi tramite oggetti esemplificativi e divertenti. Tra questi vi fu anche chi decise di appostare dinanzi la propria bottega un incantatore di serpenti, attrazione più ambita dalla gente. Quell'atmosfera festosa si prolungò per tutti i giorni previsti per il progetto. I due compagni di scuola, artefici di quella costruttiva esperienza, erano riusci per davvero a dare colore e vivacità a quel mondo fenomenico e sensibile, riuscendo a far emergere quei tratti di intercultura e di pacifica integrazione insiti a Ballarò. La preside, in tutto ciò, aveva avuto ragione, aveva da sempre avuto ragione. Le sue profezie non erano andate così lontane da quello che poi si è concretizzato in realtà. Ballarò è ormai diventato un film d'animazione, in cui non si svolgono solo le classiche attività di mercanzia, bensì anche tutto quello che concerne l'arte, la storia, lo spettacolo, la recitazione, la letteratura. In una sola parola, l'Arte. Una meta raggiunta grazie a qualcosa di affascinante, misterioso, dinamico, quale è l'Amicizia, primo di tanti valori di un arcobaleno che oggi riveste il mercato di Ballarò.

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