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Un amore così grande

di Hubert Pennino (Liceo Economico sociale Regina Margherita).

Mi chiamo Jòsef, ho appena compiuto 16 anni e sono di Gdynia, in Polonia. Sono un ragazzo fortunato e sfortunato allo stesso tempo; fortunato perché grazie alla mia famiglia sono molto ricco e sfortunato perché, ahimé, i miei genitori sono morti due mesi prima del mio compleanno, e adesso mi trovo a fronteggiare un dolore immane ed interminabili iter burocratici per gestire l'ederità che la mia mamma e il mio papà mi hanno lasciato.

Mio papà era il proprietario di un'importante società di navi mercantili che esportava beni di ogni genere nei paesi del Mar Baltico e in tutto il resto del mondo. Aveva tantissimi clienti come case automobilistiche, marchi di lusso, colossi dell'arredamento e big della tecnologia, quindi il lavoro e i viaggi non mancavano mai. Ricordo che una volta mia mamma si prese un periodo di ferie e tutti insieme andammo con papà negli Stati Uniti dove lui doveva svolgere un'importante meeting con una importante società di prodotti alimentari per assicurarsi l'appalto dell'export della merce. A proposito di mamma, lei era una manager di un'importante industria bellica che aveva come clienti numerosi Stati membri della NATO, tra cui gli stessi USA. Insomma, entrambi avevano un bel patrimonio, una bella ricchezza che si erano sudati col lavoro di una vita e che avevano iniziato a godersi da appena due anni; mio papà aveva quarantatré anni, mia mamma quaranta.

È difficilissimo andare avanti. Sono molto giovane, a volte non capisco certi meccanismi dei «grandi» che mi mandano nel pallone, non riesco a fare i conti, a far quadrare le emozioni, i doveri e le responsabilità, e la mancanza dei miei appesantisce tutto. Così ho deciso di cambiare aria per un po' e provare a fare un viaggio, magari nel Sud dell'Europa. Così, per conoscere ambienti e personaggi nuovi.

Ho preso un mappamondo di polistirolo e un tagliacarte, non troppo affilato per non spaccare il mappamondo in due. Ho fatto ruotare velocissimamente il mappamondo per la prima volta ed è capitato il Ruanda, che è una zona di guerra e ho categoricamente rinunciato ad andarci; l'ho girato una seconda volta e ho trafitto l'India, ma non mi piace molto; finalmente, al terzo tentativo, ci sono riuscito e il tagliacarte si è conficcato sulla Sicilia, la leggendaria isola italiana. Ma la Sicilia è grande ed è tutta bella! Come faccio a scegliere un posto? Per decidere, ho preso un mio cappellino e dei bigliettini. Su ognuno di essi ho scritto una città. Palermo, Catania, Segesta, Siracusa, Trapani...un polacco difficilmente li scrive bene questi nomi, ma io, non so come, ci sono riuscito. Inizio il mio sorteggio; agito sia la mano che il cappellino tenendo gli occhi serrati (sono molto leale con me stesso) e pesco un bigliettino: Palermo! È deciso allora! Si va a Palermo! È fatta, mancano due settimane a Luglio e io, giorno 1, prendo l'aereo e vado a visitare Palermo. Ci starò due settimane, anche se so che è poco per visitarla tutta data la sua fama.

Per documentarmi sui posti più interessanti, faccio una ricerca su internet. La Cattedrale è immensa ed è un bellissimo mix di stili architettonici frutto delle diverse dominazioni di popoli che la città ha subito nel corso dei secoli, i teatri Massimo e Politeama-Garibaldi sono spettacolari, il mare di Mondello sembra un gioiello, anche se tutte quelle cabine sulla spiaggia sono un po' un pugno nell'occhio.

Ma tra le tante bellezze che Palermo ha da offrire, un posto in particolare attira la mia attenzione: Ballarò. È uno dei posti più antichi della città. Storicamente è un mercato, ma è tanto altro. È stato crocevia di numerosi popoli e lo è tutt'ora, è partia dello street food palermitano (che solo a guardarlo mi viene l'acquolina in bocca, tranne però per il mussu che noi polacchi non concepiamo come cibo), è stato bersaglio dei bombardamenti americani della seconda guerra mondiale, al tempo dell'antichissimo popolo dei Fenici era una zona di mare e di pescatori, perché prima il mare arrivava agli estremi dell'odierno quartiere; è, purtroppo, sede e dimora anche di tanti criminali, «mafiosi» anche, che noi in Polonia concepiremmo come un gruppo di violenti imprenditori che a forza di prepotenze si arricchisce con l'illecito, è un luogo frequentatissimo di turisti e uno dei più affollati ritrovi della movida della città. Però, che fortuna che mi ha dato la sorte! Sono proprio curioso di scoprire come sarà questa Ballarò di cui tanto leggo e che tanto mi ispira, vedremo...

Arrivo finalmente al tanto atteso primo Luglio. Prendo un treno per Varsavia, dove mi attende il volo per Roma. Dopo due ore di rotaie, arrivo all'aeroporto, mi imbarco per il volo che da Varsavia mi porterà a Roma e attendo, durante la planata, di sbarcare nel territorio italiano. L'estate del Belpaese è torrida in confronto alla nostra, e lo noto dall'annuncio che fa il pilota della temperatura a Roma: 38°C (la Polonia è molto più fresca!); una signora inglese, seduta accanto a me, vedendomi sfogliare un libro su Palermo e sentendo il pilota annunciare la temperatura non ha fatto a meno di dire, tradotto: «Se fannno 38 gradi a Roma, figuriamoci a Palermo...». Arrivato a Roma, attendo poco allo scalo della Capitale italiana, poco più di un quarto d'ora, e mi imbarco per Palermo. Il volo da Roma a Palermo dura pressapoco 45 minuti nei quali mi organizzo una lista dei primissimi posti in cui andare appena sbarcato: una banca per cambiare gli Złoty in Euro, un Bed & Breakfast e un buon ristorante. Non appena sono sceso dall'aeroplano, il caldo torrido di Palermo ha investito la mia pelle, abituata alla neve e ai geli invernali. Esco dall'aeroporto dopo aver ritirato i miei bagagli e mi dirigo verso i taxi. Al tassista consegno la mia lista e lui mi porta in tutti i posti che desidero, facendo però un piccolo cambio: prima il ristorante e poi il B&B. Si unisce a me per il pranzo, mangiamo di gusto, chiacchieriamo, e quando arriva il conto ed io mi offro di pagare lui, quasi di forza e prepotenza, abbassa la mia mano che tiene il portafogli e offre tutto. «Questo è per la tua simpatia» mi disse, e aggiunse «Noi a Palermo siamo così, quando uno ci piace, lo trattiamo come un re, ma anche quando non ci piace, perché l'ospitalità qui è sacra.». Alla fine di tutto, il tassista mi riaccompagna in albergo, e dopo i saluti affettuosissimi, salgo nella mia camera, sistemo le valigie, mi faccio una doccia e non appena metto la testa sul cuscino, stremato, crollo in un sonno ristoratore.

Mi sveglio la mattina dopo stordito ma riposatissimo. Sceglo di non fare colazione al B&B ma di andare per strada e provare qualcosa di tipico. Imbocco a piedi via Maqueda e svolto su via Ponticello. Subito noto un'impresa funebre dal nome difficile da pronunciare per un polacco; dice «D (apostrofo) qualcosa..» e mi guardano tutti storto.. Ricambio l'occhiataccia e due uomini iniziano a seguirmi, così ho affretto il passo e ho proseguo per la via. Alla fine della strada mi ritrovo di fronte a una grande piazza con una scuola e un'enorme chiesa. A fianco a me c'è un bar, decido di entrarci a fare colazione. Guardo il bancone e noto uno strano dolce: una cialda con dentro una crema bianca e dei puntini neri. Chiedo cos'è e il banconista mi dice che è il "cannolo" con ricotta (un formaggio tipico molto dolce) e chicchi di cioccolato. Lo ordino assieme a un succo d'arancia. Non appena addentato il cannolo, mi sento pervaso dalla dolcezza della ricotta e dal contrasto amaro delle gocce di cioccolata all'interno della crema. Bevo il succo d'arancia che come per magia, mi toglie dalla bocca questa dolcezza e la spezza con l'aspro sapore dell'agrume. Pago, esco dal bar e con la mia maledetta scarsezza di grazia e coordinazione, urto contro una ragazza e cadiamo a terra. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. È Ania! Una mia amica di Gdynia! «Che ci fai qui?» le chiedo, «Ho deciso di fare una vacanza, come te suppongo, visto da come sei conciato!». Avevo in spalla uno zainetto, sulla testa gli occhiali da sole, indossavo pantaloncini cargo, una maglietta chiara e portavo al collo una fotocamera: l'identikit di un perfetto viaggiatore standard. Ania è di 11 mesi più grande di me. È piu bassa di me, ha gli occhi scuri, i capelli biondi e un bellissimo sorriso. Anche lei è sola qui, e si dia il caso che alloggi nello stesso B&B dove alloggio io. Così decidiamo di andare a farci un giro insieme, ma non appena fatto un passo, Ania si ferma e mi bacia, fortissimo. Poi mi stringe la mano e mi dice «Io sono già venuta qui, vieni con me che ti illustro Ballarò!»

Entriamo quindi nella chiesa, chiamata "Casa Professa". È una bellissima chiesa barocca, una delle più importanti dell'intera Sicilia. Ma non è tutta antica. Nel 1943, quando la città venne bombardata dagli Alleati, una bomba colpì la cupola della chiesa, che crollando, trascinò con sé tutta la navata centrale. Dopo la guerra, gli americani si sentirono molto in colpa e mandarono in Sicilia un risarcimento che oggi verrebbe considerato miliardario per ricostruire la chiesa. La ricostruzione è visibile grazie agli affreschi sul soffitto della navata centrale, che hanno dei colori vivissimi e rappresentano il paradiso, il purgatorio e l'inferno. A me piacciono molto e me ne sono innamorato, e oltre a questi, mi hanno colpito moltissimo i dettagli dei quali la chiesa è piena. Il barocco implica una quasi ossessiva procedura di riempimento degli spazi quindi ogni colonna, ogni muro, ogni singolo angolo della chiesa è scolpito, dipinto o ornato. Ma c'è una cosa che mi colpisce negativamente qui: io sono un turista, ho voglia di vedere la chiesa, ma qui, non c'è nessuna guida! O quantomeno, nessuna che sappia parlare bene inglese. Pago due euro per visitarla individualmente, e per fortuna c'è Ania che già conosce la chiesa e mi spiega tutto. Ma come si può lasciare un così bel monumento allo sbando? Perché non ci sono navette piene di turisti che arrivano in questo luogo così bello? Sono sicuro che ce ne sono tantissimi in città nella stessa identica situazione, ma l'amministrazione della città come si comporta? Ho letto su internet, prima di partire, che a Palermo i giovani non ci rimangono e vanno altrove perché non trovano lavoro, ma in contrapposizione a questo, ho letto che questa città potrebbe vivere di turismo. E qui che succede? Che monumenti così belli vengano lasciati soli, alla polvere, con un registro delle firme dove le date si intervallano di parecchi mesi. Rimango stupefatto dalla chiesa, dal suo bellissimo barocco, dalle sue sculture, dai quadri, dagli affreschi; ma rimango tristemente sorpreso dall'assenza di guida e di turisti in un gioiello simile... Esco dalla chiesa assieme ad Ania, svolto a sinistra e proseguo.

Mi dirigo verso la prima piazza quando un odore disgustoso e penetrante mi pervade le narici. Sono contenitori di immondizia stracolmi lasciati a marcire sotto il sole cocente del Luglio palermitano. Attorno ai cassonetti topi e gabbiani banchettano felici mentre dagli stessi il percolato cola e forma una pozzanghera putrida, multicolore. La cosa peggiore è che i cassonetti sono posizionati accanto a una scuola, un liceo classico, e che vicino ad essi c'è una baracca dove a quanto pare vive un uomo. La scuola in Italia inizia verso metà Settembre, ma a Palermo fa caldo quasi fino a Novembre! Come fanno gli studenti a sopportare questo tanfo? E soprattutto perché si da agli studenti palermitani una così valida motivazione per scappare dalla città? È come dire «Vedete? Se studiate a Palermo vi mettiamo in mezzo al fetore dell'immondizia.». Io da studente non accetterei questo..

Io e Ania passiamo avanti, per raggiungere la piazza Ballarò e ci immettiamo sulla strada che collega piazza Casa Professa a questa. Subito veniamo coinvolti in un ritmo di bassi e percussioni, ritmi caraibici che invitano ad ancheggiare e bassi talmente forti da farti tremare tutte le ossa in corpo. È il pezzo di Ballarò nel quale la comunità africana passa i suoi momenti di relax della giornata. C'è un negozietto di alimentari, un parrucchiere che fa le tipiche treccine, un locale che mette la musica e serve alcol, un banco sul quale bolle un pentolone di stufato dal contenuto sconosciuto ma profumatissimo e dei pusher che vendono un po' di marijuana. La prima cosa che notiamo è l'ingente quantità di birra scura che circola tra i ragazzi che ballano e socializzano e l'allegria che li circonda. Tutti sorridono, tutti ballano, tutti si divertono. L'odore di stufato si mischia a quello dei joint lunghissimi che fumano i ragazzi e tutto sembra l'Africa: odori, colori, ritmo, sorrisi, cordialità, bella gente. È l'Africa in una via di un quartiere. È un continente in 100 metri piani. Tutto si interrompe al passaggio di una pattuglia della polizia. I pusher (com'è logico) scappano, il banchetto viene smontato, la musica abbassata, il negozietto chiude la porta a chiave. L'Africa scompare al passaggio di una macchina con le luci blu. Io e Ania rimaniamo impietriti davanti all'Africa che sparisce in pochi istanti. Dopo che la macchina è passata chiedo a un ragazzo, in un inglese medio, cosa fosse successo e perché fossero scappati tutti. Lui mi spiega che Ballarò è particolare. Tra il folkrore, c'è tanta delinquenza piccola (ma da sempre, non da poco) e altrettanta grossa, quella degli affari grandi, del controllo del territorio, la Mafia insomma. Il ragazzo mi spiega però che qui si commette un errore madornale: ce la si prende con le cose piccole e non con quelle grandi. Si multano i commercianti per i tavolini non autorizzati per la strada e non si cacciano gli estorsori; si perseguono i piccoli spacciatori ma non si cercano le raffinerie di coca; si rompono le scatole al commerciante di borselli ma non si cercano i magazzini dove fanno roba contraffatta. Il ragazzo mi dice inoltre che i piccoli delinquentelli da quattro soldi sono poco apprezzati dalla gente del posto perché allontanano la gente per bene e le flotte di turisti dal quartiere, e che quindi potrebbero essere debellati con facilità se solo i «pesci grossi» fossero perseguiti coi giusti metodi. Sono proprio quei «pesci grossi» a causare il danno più grande alla comunità perché questa ne ha paura! Loro minacciano di bruciare le attività commerciali se non si paga il «pizzo», mettono cattive voci sul tuo conto se sei un commerciante onesto o un cittadino onesto, così vieni evitato; poi fanno una cosa che caratterizza la loro vigliaccheria: se hai da ridire, da criticare, da opporti, ti tappano la bocca, per sempre. Ma io mi chiedo, se questa delinquenza di grande calibro, se questa Mafia è così potente, perché la polizia fa terrorizzare le piccole sfaccettature? Anche da me in Polonia ci sono gli spacciatori ma conosciamo le priorità, e sappiamo che se si sconfigge il grande, il piccolo non ha più da chi imparare, chi imitare, da chi prendere vita e muore, si estingue. Invece qui le macchine con le luci blu fanno spaventare l'Africa e non catturano i «pesci grossi», lasciando che diventino squali invincibili.

Lasciamo così la piccola Africa palermitana e ci immettiamo sulla piazza di Ballarò, che decidiamo di visitare dopo, per mangiare.

Decidiamo di proseguire quindi per il mercato vero e proprio, laddove si commercia di tutto. La prima immagine che vediamo è quella dei mini-supermercati allestiti sulle bancarelle. Si vendono biscotti, birre, pasta, condimenti per varie pietanze, salumi, formaggi, insomma quasi come un vero e proprio supermercato: ciò che trovi lì lo tovi qui, magari meno caro. In lontananza sentiamo delle urla, degli schiamazzi lunghi e melodiosi. Si ripetono queste urla e non sono preoccupanti, la gente non si scompone, tutto rimane com'è. Chissà cosa saranno... Andiamo avanti. La parte seguente del mercato è quella dei beni per la casa. Caffettiere, stoviglie, piatti, bicchieri, corredi, tovaglie, strofinacci, detersivi. Ma anche abbigliamento, componenti per elettrodomestici, accessori per il bagno. Insomma qui sembra un piccolo Stato sovrano. C'è la vita, c'è il cibo, il lavoro e l'economia. C'è tutto in una roccaforte di palazzi che sembra impenetrabile ma che io francamente ho raggiunto con facilità. Tra i commercianti che abbiamo visto fino ad ora molti sono stranieri, soprattutto quelli che commerciano in abbigliamento. Sono africani e arabi e sembrano essersi integrati bene con i commercianti palermitani. Tra un sorriso e un caffé che si offrono a vicenda la tanto chiacchierata Italia del rifiuto degli immigrati sembra ben lontana da Ballarò, e questo rafforza la mia idea di Ballarò come Stato sovrano. Ania nota il mio sguardo curioso nell'interazione tra culture diverse e mi dice che qui, proprio in questo quartiere, esiste una realtà molto bella. Si chiama "Moltivolti" ed è un'associazione che si occupa di integrazione. Una cosa che ha colpito Ania è il cuoco di "Moltivolti". È un ragazzo afghano, uno di quelli che ha compiuto le famose traversate della morte. Si chiama Shapoor, ha i capelli brizzolati, un fisico massiccio, è bassino e i suoi lineamenti sono tipici dei persiani, li ricordano proprio. Shapoor grazie a "Moltivolti" ha imparato un po' di italiano e ha scoperto la sua passione per la cucina. "Moltivolti" poi, è nota per l'aiuto dato agli immigrati. Si organizzano incontri nei quali chi arriva impara l'italiano, impara ad integrarsi nel quartiere e nella città e ottiene le dritte giuste per ottenere tutti i documenti per restare regolarmente in questo Paese. Questa realtà e questi scambi di sorrisi e caffè al mercato sono la dimostrazione che i pregiudizi, i colori della pelle, le lingue, gli odori, i tratti somatici, le idee politiche sono da accantonare quando si vuole ottenere una serena, pacifica e civile convivenza. Molti Capi di Stato dovrebbero imparare da Ballarò. Imparare ad essere umani, ad essere rispettosi e amanti della cultura. Ma torniamo al mercato. Proseguiamo ed iniziamo a vedere le classiche bancarelle di frutta, verdura, carne e pesce e lì capiamo il motivo delle urla di prima! Sono dei veri e propri strumenti micidiali di pubblicità! Si chiamano «abbannìate» e sono delle urla che i commercianti usano per promuovere la loro merce. Spessono sono cantilene, spesso in rima, spesso si fa a gara a chi la fa più forte ma funzionano. Tant'è che non so come ma mi sono ritrovato magicamente con un sacchetto di mandarini in mano. Andiamo avanti e vediamo un banco del pesce. È così colorato, così vario e così dannatamente vivo che mi rimprovero nella mente di non aver mai chiesto ai miei genitori di fare una vacanza qui. Mamma e papà si sarebbero innamorati di questo posto e avrebbero comprato pesce ogni giorno, soprattutto i gamberoni che qui sono enormi! Papà andava pazzo per i gamberoni, fuori dalla Polonia li ordinava sempre e ne mangiava così tanti che poi stava male. All'improvviso vediamo uno strano ragazzo con un cesto di vimini coperto da uno straccio e delle persone attorno a lui. Ci avviciniamo e vediamo che infila una mano dentro il cesto, dal quale esce un grassissimo vapore, e mette qualcosa dentro un panino; condisce quel qualcosa con sale, pepe e limone e lo consegna a uno dei personaggi che gli stavano attorno, che gli lascia un euro e cinquanta e va via, contento. Proviamo a chiedere cosa vende questo ragazzo, ma lui non ci capisce e non sa risponderci. Fortunatamente uno dei suoi clienti parla l'inglese e ci dice che quella dentro il cesto è «frittola» ovvero, frattaglie, scarti della macellazione fritti e messi dentro un panino o su un tovagliolo di carta. Decidiamo di assaggiare un panino. Appena morso, tutti i sapori si mischiano e i nostri occhi si spalancano di fronte a questo prodigio di bontà suprema. Come si fa a chiamarli scarti questi? Questa è pura gastronomia a cinque stelle! Ringraziamo il ragazzo e notiamo che si è fatta una certa ora e che dobbiamo andare a pranzo, anche perché lo stomaco brontola e prima che scegliamo da mangiare passerà un po', la roba è tanta...

Decidiamo di sederci a uno dei tanti tavolini del mercato e ordiniamo un mix di fritti: panelle, crocché, calamari, gamberi, verdure in pastella, melenzane, di tutto e di più. Poi una bella birra ghiacciata, che qui i locali definiscono «atturrunata» (che sarebbe un mix tra «molto fredda» e «incredibilmente dissetante») e accompagnamo i nostri piatti con vagonate di limoni, giusto per sgrassare. Io e Ania mangiamo in silenzio, ma non mangiamo solo il cibo, mangiamo anche il luogo dove mangiamo. Lo mangiamo con gli occhi, lo divoriamo, pezzo per pezzo, ce lo gustiamo e assaporiamo ogni singolo boccone. Ce lo divoriamo questo quartiere io e Ania, lo facciamo perché ne siamo famelici, ne vogliamo sempre di più. Non abbiamo ancora esplorato questa città a fondo, ma sappiamo già che nulla batterà Ballarò. Ad un certo punto, mentre mangiamo, mi arriva una telefonata. È mia zia Beata, la sorella di mia mamma:

  • Pronto Jòsef? Sono la zia Beata. Come stai?

  • Io bene cara zia, e tu? Come vanno le cose in Polonia?

  • Vanno bene mio caro, vanno bene... Ci manchi! Quando torni dal viaggio? Ti stiamo aspettando!

  • Cara zia... Devo annunciarti una cosa. Sai, ho visto un quartiere qui a Palermo. È molto strano, molto controverso. Si chiama Ballarò, ed è in pieno centro città. Questo quartiere è mercato, è giovani, è immigrati, è colori, sapori, profumi. Questo quartiere ha anche dei difetti, c'è un po' di criminalità, qualche delinquentello... Ma è speciale, cara zia, è davvero speciale.

  • Fantastico caro! Ma... non mi hai risposto: quando torni?

  • Zia cara, ricordi Ania? La mia amica di Gdynia?

  • Si caro, ricordo, ma continui a non rispondermi!

  • Zia cara... Ho incontrato Ania qui, a Palermo. Adesso stiamo pranzando e io volevo comunicarle una cosa, ma mi hai chiamato quindi non sono riuscito a farlo... Facciamo che lo dico ad entrambe ora, vi va?

Ania ha sgranato gli occhi e la zia mi ha chiesto "Che cos'è?" con tono molto sospetto.. Allora ho fatto un bel respiro e ho deciso: glielo dico.

  • Beh...cara zia..

  • Sì Jòsef, dimmi!

  • Sai... Ho preso una decisione forte. Ho deciso che non torno. Rimango qui.

  • Caro Jòsef.. sin da piccolo hai compiuto scelte sagge nel tuo piccolo, e se hai preso questa decisione ci sarà un bel ragionamento dietro. Puoi soltanto dirmi perché vuoi farlo?

  • Zia.. Questo posto è magico. Non che fossi scontento di Gdynia ma.. Mi trovo bene qui. C'è sempre il sole, c'è buon cibo, buona musica, un profumo splendido che ti sveglia ogni mattina. La gente è calorosissima e da noi non lo è molto.. Quando scendi per strada senti vibrazioni positive. Senti come delle carezze che questo quartiere ti fa. Perché ti vizia con ogni sua possibliltà. Ti vizia col suo cibo, con le sue voci, con la geometria dei palazzi. Ti strega coi profumi e coi colori del mercato. Ti fa abbandonare alla genuinità della gente e ti fa imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. È come se questo quartiere sapesse già cosa vuoi, quando lo vuoi e come lo vuoi, e come per magia ti fa scendere di casa e ti accontenta durante la passeggiata. Cara zia mi sono innamorato di questo posto, e io un amore così grande non l'ho provato mai.

  • Capisco piccolo Jòsef. Sei giovane, hai dei bei sogni e dei bellissimi pensieri. Le risorse non ti mancano e purtroppo, come sai, la fortuna non ti ha accompagnato recentemente... Se credi che questa sia la cosa giusta per te, ti appoggio. Saremo noi allora a venire a trovarti presto!

  • Cara zia, sei la benvenuta quando vuoi! Adesso ti saluto, devo finire di pranzare. Salutami tutti lassù e avvisatemi quando venite!

  • Ciao piccolo Jòsef, abbi cura di te. Ti voglio bene.

Appena messo giù il telefono, ho capito che quel che ho detto alla zia è vero fino all'ultima parola. Ho deciso allora di restare qui, qui a Ballarò. Prenderò casa qui, studierò qui, vivrò qui. Vivrò questo quartiere e ne diventerò parte, ascoltandolo, vivendolo e facendolo mio ogni giorno, godendomi questo amore così grande da farmi impazzire.

App Noma

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